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Hope hunters: gli educatori di oggi

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Hope hunters: gli educatori di oggi

2 Maggio 2020

Anche se a distanza di molti secoli, lontano da un contesto socio-economico e culturale come quello attuale, possiamo fare ancora nostre le parole del “sommo poeta” quando, proprio all’inizio della sua Commedia, scriveva: “mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.” (Dante, “Inferno”, Canto I, vv. 2-3). Così, infatti, appare all’uomo d’oggi la società attuale: una “selva oscura”, indecifrabile, imprevedibile, ostile, dove è facile quindi smarrire “la diritta via”.

Già da prima del Corona virus siamo stati abituati, grazie ai diversi media, a sentire parlare ogni giorno di “crisi del lavoro”, “crisi dei valori”, “manovre finanziarie”, “delocalizzazione”, “spread”, “spending review”, tutti termini che delineano la profonda crisi economica che la nostra società sta attraversando in questi ultimi anni. Certamente uno degli effetti più disastrosi ed evidenti, almeno quantitativamente parlando, è la perdita di migliaia di posti di lavoro. Per inciso, non poco ha influito la pandemia mondiale che tutti abbiamo subito e che subiamo ancora adesso.

Ciò che fino a pochi anni fa è stato parte delle fondamenta della società, oggi appare labile, fragile, in decomposizione. Lavoro, casa e risparmi sono messi a repentaglio da una crisi che sembra aver contagiato come un virus intere società e a farne le spese sono certamente in modo particolare i giovani. Infatti, se da un lato abbiamo l’esercito dei neo-disoccupati, i quali devono rispondere urgentemente ai bisogni delle proprie famiglie e, schiacciati dalle tasse, vedono lentamente esaurire i loro risparmi; dall’altro vi è la schiera di giovani diplomati, e/o neolaureati, che non riesce a entrare nel mondo del lavoro e, rimanendo in una sorta di limbo, vede lentamente svanire la speranza nel futuro. Come dice bene il prof. G. Savagnone: “la prospettiva di un impiego stabile, a tempo indeterminato, con una retribuzione sicura, era uno dei punti fermi della vecchia economia. […] Le persone acquisivano la sicurezza di uno status nel quale trovavano la propria identità individuale e sociale e che solo eventi eccezionali potevano rimettere in discussione.” (Savagnone, G., 2013, p.109). Ed è proprio questo “status” che sposta il focus della discussione, perché a rischio non vi sono più soltanto la casa di proprietà e i risparmi di una vita, ma l’identità stessa delle persone, la loro stabilità e integrità psico-sociale, affettiva, culturale, in poche parole il loro futuro. Alle vecchie basi solide su cui ci si appoggiava, oggi si contrappongono la mobilità e la flessibilità in senso assoluto. Tanto che, è risaputo, se si è sottoposti a forze in tensione, proprio per mancanza di flessibilità ne consegue una rottura e, in questo caso specifico, una frammentazione dell’io, delle famiglie, del futuro. In questa situazione, pertanto, “L’educatore deve fare i conti con un clima diffuso di assenza di speranza e di demotivazione che a volte, dai giovani che ha davanti, rimbalza su di lui, insinuandogli il dubbio della vanità della sua opera formativa.” (ivi, p.110). Come riuscire, d’altronde, a non essere realisti e a non prender coscienza dei gravi danni che la crisi ha causato, e che ancora causa, alla nostra società?

I costi umani sono, da qualsiasi punto di vista li analizziamo, altissimi ed è difficile dare torto al prof. L. Salmieri quando afferma che “Esiste un nesso tra la disgregazione del lavoro e la frammentazione della vita delle persone.” (Salmieri, L., 2006, p.77). Basta, infatti, seguire i telegiornali o aggiornarsi con qualsiasi mezzo d'informazione, per rendersi conto di come il pessimismo sia dilagato a macchia d’olio. È come se si avesse una certa angoscia di vivere il presente e, soprattutto, pensare al futuro. Come abbiamo detto tutte le certezze di un tempo sono state spazzate via e bisogna ‘ricalibrarsi’ sull’opzione flessibilità. Bisogna essere disposti, se necessario, a cambiare lavoro 1-2 volte l’anno, cambiare città, accontentarsi di una modesta paga. Si può fare il part-time in un call center o stare dietro il banco di un McDonald, oppure lavorare per una grande catena specializzata in elettronica di consumo. La tiritera è sempre la stessa: paga bassa, contratto di pochi mesi, lavoro 7 giorni su 7, ecc. Già non molti anni fa la giornalista canadese Naomi Klein, studiando gli effetti della globalizzazione, e la seguente crisi sull’economia americana, scriveva: “oggi, le grandi aziende vogliono tutte disporre di una riserva fluida di manodopera, composta di lavoratori a contratto, part-time e indipendenti, per contenere i costi di gestione e compensare le fluttuazioni del mercato” (Klein, N., 2007, p.291). E non importa in fondo quale sia il prezzo da pagare, perché “questo senso di precarietà permanente, una volta interiorizzato, si dimostra molto utile ai datori di lavoro, i quali possono far languire gli stipendi e fornire poco spazio alle opportunità di crescita professionale” (ivi, p.294). Si ritorna difatti ciclicamente alla crisi dello “status” di cui si accennava prima. Crisi che è interiorizzata in quelle persone che erano già avviate stabilmente nel mondo lavorativo e crea voragini e angosce per chi ancora dovrebbe e vorrebbe entrarci. A farne le spese, a conti fatti, sono tutti, ma i giovani sembrano essere più indifesi di fronte alle sfide poste o così almeno la pensa ancora una volta il prof. Savagnone quando afferma che: “più indiretto, ma non meno grave, è l’effetto che la crisi produce su ragazzi e adolescenti che non sono ancora nell’età di lavorare, ma che avvertono con angoscia la mancanza di prospettive per il loro futuro.” (Savagnone, G., 2013, p.113). Soprattutto a loro, infatti, sono rivolti gli sforzi educativi per cercare di ricomporre quell’io frammentato che è un po’ l’epicentro della crisi stessa. Bisogna cercare strade nuove per ritornare a un “io-soggetto”, che sappia desiderare e fare scelte consapevoli, che sappia avere “cura da sé” riscoprendo la propria vocazione e la propria unità interiore. Bisogna certamente fare dei sacrifici, sforzarsi di uscire dalla logica del “tutto e subito”, tipico della società liquida, e riscoprire valori ancora validi (quali la sobrietà, la famiglia, l’Amore per se stessi e il prossimo, la libertà, il risparmio), perché “la perdita di unità interiore e la conseguente paralisi del soggetto derivano da una specie di corto circuito tra la pulsione e il suo appagamento, per cui viene aggirata l’esperienza del limite che circoscrive l’identità dell’io e ne alimenta la tensione vitale” (ivi, p.17). Un individuo che si chiude all’altro non può avere valori. È evidente, a questo punto, che i ruoli degli educatori, dell’educazione e della formazione diventano veramente fondamentali. L’uomo postmoderno per uscire dal suo solipsismo, dal suo ego, ha bisogno dell’educazione, la quale ha proprio come fine ultimo la liberazione dell’uomo, delle sue potenzialità affinché possa vivere la sua vera identità (il suo “potenziale umano” per usare le parole della Montessori). Lo sforzo è quello di mettere in discussione se stessi, di progettare e credere in un futuro che comincia già nel presente ed ha uno sguardo lungimirante. Cambiare i punti di vista e cominciare a credere che ogni avversità può diventare sfida costruttiva, palestra di vita, che abbatte la routine e la noia, e libera la creatività e le potenzialità umane. Edgar Morin, a tal proposito asserisce che:


“Abbiamo finalmente l’occasione di ripensare la nostra civiltà prima che sia troppo tardi. […] Per troppo tempo abbiamo creduto che lo sviluppo tecnologico ed economico sarebbe stato la locomotiva della democrazia e del benessere. Oggi bisogna cambiare l’egemonia della quantità in favore della qualità e di beni immateriali come l’amore e la felicità.” (Colmegna, V., 2010, p.74).


È il tempo di riscoprire il valore del lavoro come espressione e valorizzazione dei propri talenti, e non come ricerca spasmodica di una rendita facile, con poco sforzo, secondo una logica tipicamente clientelare. Siamo arrivati al punto in cui “Nel mare della società liquida, tanto più ora che è in tempesta, bisogna imparare a nuotare.” (Savagnone, G., 2013, p.110). L’hanno pensata così i vari Zuckerberg (Facebook), Larry Page e Sergey Brin (Google), o il più rinomato Steve Jobs (Apple) che con il suo “stay foolish, stay hungry” (Siate affamati, siate folli) ha, di fatto, stimolato molti giovani e ne è poi diventato un loro modello. Il pedagogista Paulo Freire, per citare un altro esempio, credeva che “L’uomo ha il potere di intervenire nella realtà, modificandola, […] accogliendo l’esperienza del passato, creando e ricreando, integrandosi nel contesto della sua storia, rispondendo alle sfide del tempo, coscientizzandosi e trascendendo la realtà.” (Freire, P., 1977, p.49). Ed effettivamente recuperare l’esperienza del passato, la propria storia, diventa la sfida nella sfida. È innegabile che proprio la mancanza delle nostre radici storiche siano concausa della crisi poliedrica che stiamo vivendo. Un soggetto, infatti, che ha perso la memoria delle proprie radici è ancorato al nulla e annaspa in questa società fluttuante alla ricerca di sé. Sapere riappropriarsi della memoria vuol dire guardarsi ‘dentro’, riscoprire se stessi, e il compito dell’educatore è proprio quello di far sì che il “SE” entri “nell’IO” per rompere il vetro che ingloba lo stesso “Io”. L’educatore è chiamato quindi a pensare e ripensare a una formazione che sia “proiettata “oltre” i valori della società attuale, verso il difficile traguardo di una liberazione totale – dell’individuo e della società – che sappia realizzare una società giusta e una vita personale felice.” (Cambi, F., Giosi, M., Mariani, A. & Sarsini, D., 2012, p.23). Il traguardo, infatti, è proprio questo: liberare l’individuo e aiutarlo a diventare soggetto consapevole, cosciente di sé stesso, delle sue relazioni, della sua interiorità, della sua spiritualità.

Negli ultimi decenni, soprattutto negli Usa, si sono moltiplicate figure professionali denominate “cool hunter”, ossia “cacciatori di tendenza”, che in un certo senso prevedono e/o indirizzano i modelli culturali e le tendenze, anche e soprattutto economiche, che sono già insiti nei giovani . Se volessimo parafrasare questo termine e un po’ anche la professione, potremmo azzardare l’ipotesi che l’educatore di oggi deve diventare un “hope hunter”, un “cacciatore di speranza” che, proprio come nel caso dei cacciatori di tendenza, non dovrebbe fare altro che aiutare i giovani a fare uscire da loro stessi le speranze più profonde. In tal modo sintetizzeremmo l’alta vocazione della formazione che “coltiva il soggetto, nella sua autonomia, nella sua singolarità, nella sua irripetibilità e gli offre gli strumenti per coltivarsi in questa sua specificità di esser-soggetto singolo e creativo. L’educazione è sociale e produce socializzazione. La formazione è personale e crea individui originali e autonomi e creativi” (ivi, p.37).

A ben vedere, dunque, malgrado tutti gli aspetti e le conseguenze negative che la crisi ha creato, sembrano restare forti le ragioni della speranza. Non potrebbe essere altrimenti. Qualunque sfida l’uomo abbia affrontato nel corso della sua storia, ha avuto sempre la capacità di reinventarsi e ricominciare da capo e oggi si può fare ancor di più grazie all’orientamento della pedagogia. Il pedagogista segue i cambiamenti della società e li affronta, dà risposte, anche se non sono definitive, e proprio questo suo carattere riflessivo e critico si pone a modello di comportamento, soprattutto per l’uomo postmoderno. La pedagogia può dare ancora uno sguardo utopico sul futuro, non campato in aria ma radicato nella “progettualità alternativa, in una critica storico-sociale, in una profonda adesione (critica) e partecipazione al contesto storico in cui si trova a vivere e operare” (ivi, p.244). L’utopia del pedagogista, quindi, non è un sogno ma è un progetto con i piedi per terra che cammina sempre sul ‘possibile’. Occorre, in altre parole, rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani per contribuire a costruire il nostro futuro, sapendo rinunciare alla perfezione.


“L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo dei giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di sé stessi, se li amiamo tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi: e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.” (Arendt H., 1991, p. 255).



1 I “Cool hunter” non fanno altro che osservare e decifrare quelle che saranno le tendenze dei giovani a partire proprio dai loro comportamenti. In pratica osserva e studia i giovani riuscendo a far emergere qualcosa che già esiste ma che non è ancora un bisogno.


Dott. Antonio Di Lisi

Pedagogista e Formatore



Bibliografia

Arendt H., (1991). Tra passato e futuro (T. Gargiulo, Trad.). Milano: Garzanti.

Cambi, F., Giosi, M., Mariani, A., Sarsini, D., (2012). Pedagogia generale. Roma: Carocci editore.

Colmegna, V., Ferrari, A. Guida, M.G. & Sampietro, C. (A cura di), (2010). Etica della cura. Riflessioni e testimonianze su nuove prospettive di relazione. Milano: Il Saggiatore.

Freire, P., (ed.1977). L’educazione come pratica della libertà. Milano: Oscar Saggi Mondadori.

Klein, N., (ed. 2007). No Logo. Milano: BCD editore.

Salmieri, L., (2006). Coppie flessibili Bologna: Il Mulino.

Savagnone, G., (2013). Educare nel tempo della post-modernità. Torino: Elledici Editrice.