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Imparare Giocando

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Imparare Giocando

9 Maggio 2020

L’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca.

(Friedrich Schiller)


Una delle attività più interessanti e osservabili della razza umana, è quella dell’atto del GIOCARE. Se fossimo, infatti, osservati da ipotetici alieni venuti sul nostro pianeta per studiarci, probabilmente questa attività sarebbe per loro tanto singolare quanto interessante.

Il gioco è qualcosa che permea la vita dell’essere umano fin dalla nascita, ha un’impennata nella prima decade della vita poi, potremmo dire, si trasforma per mimetizzarsi in altre attività.

I bambini, soprattutto nella fascia 0-6 anni, prendono il gioco davvero sul serio, tanto da occupare il loro tempo per la maggior parte della loro giornata. Molti studiosi, da almeno un secolo a questa parte, studiano il comportamento dei bambini, il loro sviluppo, da numerosi punti di vista, soprattutto durante l’attività ludica. Hanno fatto scuola studiosi quali: Piaget, Winnicott, Freud stesso, e poi la Montessori, le sorelle Agazzi, Visalberghi, Huizinga, Bateson, Bruner fino ad arrivare agli studi delle recenti e molto complesse neuroscienze.

L’elenco è molto lungo e solo per dare un’idea sono stati citati gli studiosi più celebri. Ma come mai tutta questa attenzione per il gioco? Cosa c’è di speciale in un’attività che la maggior parte degli adulti giudica come “una cosa da bambini” e/o “una perdita di tempo”?

La prima risposta tout court è che: il gioco è interessante perché educativo e formativo per sua costituzione, ossia solo per il fatto di esistere. Le definizioni sul gioco sono davvero numerose ma in questa sede se ne considerano solo alcune, funzionali più che altro all’argomento trattato. Tra le tante si citano tre definizioni, rispettivamente di Eugene Fink, Bernard Suits e D.W. Winnicott:


«Il gioco non è un’apparizione marginale nel corso della vita dell’uomo, non è un fenomeno che appare occasionalmente, non è contingente. Il gioco appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana, è un fenomeno esistenziale fondamentale.» (E. Fink, 2008, p.12).

«Giocare a un gioco è lo sforzo volontario di superare ostacoli non necessari» (B. Suits, 2005, p.55).

«È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell'essere creativo che l’individuo scopre il sé» (Winnicott, D. W., 1971, p.102).


Tanto è vasto l’argomento che, per essere sintetici, si prenderanno per una breve riflessione solo le parti scritte in grassetto, ossia: il gioco è “costitutivo dell’essere umano”, è caratterizzato da “uno sforzo volontario” e genera “creatività, guidata dalla personalità e dalla scoperta di se stessi”. Questa sintesi è una sorta di concentrato di decine e decine di libri che, per ovvietà, qui non possiamo trattare. Ciò che in questa sede interessa è il carattere educativo, formativo, pedagogico del gioco e, in particolare, del gioco da tavolo.

Il fatto che sia costitutivo dell’essere umano è facilmente riscontrabile con un piccolo sforzo di memoria: riuscite a ricordare i vostri giochi preferiti a tre anni, poi quattro anni, poi sei, dieci e quattordici? Ci siete riusciti/e? Nei primi anni di vita si gioca al “fare finta che”, chiamato in gergo gioco simbolico, dove la fantasia la fa da padrona: prima si imitano i lavori e le azioni dei grandi (medico – infermiere/e, maestro/a – alunno/a), poi si inventano storie fantastiche in cui i bastoni delle scope diventano lance o cavalli, una pentola diventa un elmo, un cucchiaio una spada, ecc. Dall’età di sei anni in poi si comincia a giocare in gruppo e spuntano le prime regole, scoprendo che non si è più liberi di fare ciò che si vuole, bisogna trovare un modo per imparare a stare con gli altri. Si comincia ad imparare, quindi, che i giochi hanno una struttura, delle regole che se non rispettate generano conseguenze. Si impara che c’è un inizio, una fase centrale e una fine, che non sempre si vince, che bisogna rispettare l’altro e che è possibile raggiungere anche insieme la vittoria. Non vi sembra che ci sia già tanto di educativo??? Non solo. Da un punto di vista prettamente pedagogico, per quel che concerne i fini del discorso avviato, il gioco:

- Rafforza lo sviluppo del bambino a qualsiasi livello: motorio, cognitivo, percettivo, emotivo, linguistico, ecc.;

- È scuola di apprendimento per scoperta: si scoprono le regole, materiali diversi, informazioni nuove;

- È scuola di apprendimento per prove ed errori, migliorando l’autoregolazione;

- Educa a stare con gli altri, rispettare il prossimo;

- Educa alla conoscenza di sé, fa scoprire l’autocontrollo, l’autostima.


Dott. Antonio Di Lisi

Pedagogista e Formatore