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Imparare Giocando 2/2

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Imparare Giocando 2/2

18 Maggio 2020

Il gioco si configura come esperienza di base per la vita di ogni essere umano, per questo Fink lo definisce costitutivo, perché è di fondamentale importanza per lo sviluppo del bambino, ma è stato definito anche sforzo volontario. Perché? Ecco, qui è bene aprire una rapida parentesi. Se ci avete fatto mai caso, i bambini quando giocano sono davvero molto autonomi e molto concentrati: creano il loro piccolo caos di giocattoli, si immergono totalmente nel mondo immaginario che creano e, a meno che non siano loro a voler coinvolgere gli adulti, se ne stanno per i fatti loro. È questo uno dei momenti in cui emerge la loro personalità, perché attraverso la creatività imparano a conoscere se stessi e la sottile linea di demarcazione tra il fantastico e il reale. Ad un certo punto, quasi d’improvviso, sembrano svegliarsi dall’incanto dell’immaginazione del loro gioco, si destano, cambiano gioco oppure cambiano totalmente attività. Questo comportamento evidenzia il fatto che il gioco, soprattutto tra i 2 e i 6 anni, è un’attività altamente autonoma e che va rispettata, senza interferenze. Quali sono le interferenze? Vi è mai capitato di usare frasi del tipo: “Giuseppe, adesso basta giocare, dobbiamo lavarci le mani e mangiare”, “Laura, vai a giocare che mamma e papà devono fare cose importanti”? Bene, se lo avete fatto avete interferito con l’attività ludica di “Giuseppe e Laura”. Nel primo caso perché avete interrotto il processo creativo di Giuseppe, nel secondo caso perché avete indotto a Laura a giocare in un momento in cui non voleva giocare ma fare altro. Riflettiamoci.

Quando si diventa più grandi, che succede? Dall’adolescenza in poi, in realtà anche già nella pre-adolescenza, si lasciano le bambole, i giocattoli e altro per cominciare a preferire i giochi di squadra e quelli sportivi, tralasciando la parte ludica creativa che aveva caratterizzato tutta l’infanzia. Da adulti, poi, si perde quasi del tutto la capacità ludica, tranne quando si viene coinvolti dai figli.

Un’attività ludica interessante, tuttavia, continua ad avere un certo fascino e coinvolgere abbastanza persone di qualsiasi età, anzi mette in relazione anche persone di diverse età: il gioco da tavolo. Una data precisa che attesti precisamente la nascita del gioco da tavolo non c’è, si sa però che ci accompagna da migliaia di anni, almeno cinque mila per cercare di essere più esatti. Quello che interessa in questa sede, tuttavia, è cercare di capire cosa c’è di davvero speciale nel gioco da tavolo, tanto da essere così antico e attuale allo stesso tempo.

Esistono oggi decine di migliaia di titoli in commercio e aumentano sempre di più, differenziandosi per categorie, grazie alla crescita dei giocatori, che diventano sempre più esperti ed esigenti. Tra le tante categorie in commercio, quella che per l’educazione e la pedagogia risulta sicuramente più interessante è la famiglia di quelli che alcune case editrici definiscono “Party games”. Come dice lo stesso termine, questi giochi sono pensati e creati per stare insieme, per fare ‘festa’ e che, quindi, riescano a coinvolgere più persone possibili. I titoli sono tantissimi e la maggior parte interessanti. Ma perché? Cosa hanno a che fare con l’educabilità?

È proprio per rispondere a queste domande che da tre anni il team di RelAttiva, AGO Formazione di Torino, Sider di Alghero e altri professionisti in Toscana ed Emilia Romagna, stanno facendo formazione sui giochi da tavolo. quello che è emerso finora conferma quanto già la letteratura sul gioco mette in luce, ovvero che i giochi da tavolo permettono di potenziare:

o La comunicazione tra i partecipanti;

o La capacità di risolvere i problemi;

o La cooperazione tra giocatori;

o La capacità di concentrazione;

o L’empatia;

o Il pensiero critico;

o I riflessi;

o La creatività, ecc.

Tali aspetti contribuiscono a rafforzare le cosiddette competenze trasversali, ovvero quelle applicabili a contesti diversi ed applicabili a compiti diversi. I giochi da tavolo hanno questa capacità di potenziarle attraverso proprio la dimensione ludica, senza sforzo, quindi, e senza stressare i giocatori. Questa formazione, lo studio di decine di questi giochi, ha permesso alla cordata di professionisti già citati di ideare modalità di gioco nuove che riescano anche a formare, ad approfondire concetti e tematiche care alla pedagogia, all’educazione e alla formazione in generale. Nei prossimi articoli si approfondiranno in particolare come si possono utilizzare i party games in diversi ambiti sociali: animazione, scuola, lavoro.

Dott. Antonio Di Lisi

Pedagogista e Formatore


Bibliografia


Fink, E. (2008). L’oasi del gioco. A cura di A. Calligaris. Milano: Raffaello Cortina Editore

Suits, B. (2005). The Grasshopper: Games, Life and Utopia. Peterborough: Broadview Press Ltd

Winnicott, D. (1971). Playing and reality. London: Travistock Publications